mercoledì 8 agosto 2018

Tari: come pagare il giusto


Tari: come pagare il giusto


https://www.laleggepertutti.it/229821_tari-come-pagare-il-giusto


 
 
Cosa controllare sull’avviso di pagamento, quali possono essere gli errori e cosa fare se l’importo della tassa rifiuti è sbagliato.
Quel che è dovuto è dovuto. Ma quel che si può evitare, perché pagarlo? Oltretutto, visto che già di tasse ne versiamo fin troppe, non è il caso di regalare al Comune dei soldi per una Tari con l’importo sbagliato. Come pagare il giusto di tassa sui rifiuti? Sapendo quando spetta versarla, quando c’è l’esonero, come viene calcolata e che cosa fare nel caso in cui ci arrivi il conto errato.
I parametri fondamentali per sapere quanto si deve pagare di Tari sono due: la superficie ed il numero di persone che vivono in quella casa. Quindi conta quanto è grande l’immobile ma anche la composizione del nucleo familiare. Questo per rispettare un vecchio principio (voluto anche dall’Europa) secondo cui chi produce più rifiuti deve pagare di più. Forse chi ha avuto questa intuizione ha dimenticato di inserirci la parola «potenzialmente». Non è dimostrabile, infatti, che tre persone con un certo comportamento abbiano il secchio della spazzatura più pieno rispetto a chi vive da solo ed ha un altro tipo di atteggiamento. Il single che, ad esempio, è abituato a comprare del cibo confezionato produrrà più rifiuti di carta e di plastica rispetto alla famiglia che compra la carne dal macellaio, il pesce dal pescivendolo e la frutta e la verdura sciolte e si cucina tutto a casa riducendo l’immondizia al minimo possibile. Non è dimostrabile, dicevamo. Ma è ipotizzabile e, pertanto, appunto, possibile. Resta da capire come adempiere all’obbligo di pagare la Tari e come versare quello che è giusto, senza aggiungere «mance» al Comune. Vediamo la procedura ed i parametri giusti per il calcolo della tassa sui rifiuti.

Tari: l’obbligo di dichiarazione

La legge impone ai cittadini di presentare al Comune una dichiarazione di inizio occupazione dei locali. Significa, per quanto riguarda le abitazioni, che bisogna dire in Municipio che stai vivendo in quell’appartamento. Di norma, la comunicazione deve essere fatta entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si occupano di fatto i locali. Se, ad esempio, vado a vivere nella mia nuova casa a febbraio 2019, dovrà presentare in Comune la dichiarazione di inizio occupazione entro il 30 giugno 2020. Attenzione, però: alcuni enti locali hanno disposto delle date diverse, quindi è sempre meglio informarsi presso il proprio Municipio.
C’è anche da dire che non sempre questa comunicazione è obbligatoria. Succede spesso, infatti, che l’inizio occupazione dei locali venga fatta coincidere «in automatico» con il trasferimento da un Comune ad un altro e l’iscrizione all’ufficio anagrafe del Municipio in cui si va a risiedere. A quel punto, l’anagrafe chiede di rilasciare all’ufficio tributi del Comune i dati per pagare le tasse come la Tari.
Se ci sono dei cambiamenti che riguardano la composizione del nucleo familiare, non vanno dichiarate all’anagrafe, in quanto il Comune è in grado di ricavare il dato direttamente da questo ufficio. Ciò che bisognerà comunicare successivamente, sempre entro il 30 giugno dell’anno successivo o entro la data fissata dal singolo ente locale, saranno eventuali modifiche della superficie dell’immobile (mettiamo il caso di una ristrutturazione in cui «si allarga» la casa con qualche locale in più) e della destinazione d’uso. La mancata comunicazione comporta una sanzione dal 50% al 200% della tassa sui rifiuti non versata.
Ovviamente, il cittadino è tenuto a far sapere al Comune dell’eventuale abbandono dell’immobile: solo così potrà evitare di pagare la Tari per una casa in cui non abita più.

Tari: se non occupo una casa devo pagare?

Immagina di avere una seconda casa e di decidere di trasferirti per un periodo di tempo, magari per motivi di lavoro o perché hai un’attività di telelavoro e hai voglia di cambiare aria, tanto ti basta una connessione ad Internet e puoi svolgerla dove ti pare. L’abitazione che occupi normalmente resta, dunque, vuota per un tot di mesi. Devi pagare la Tari?
Intanto devi stare attento a non confonderti le idee. Una cosa è un immobile non occupato e un’altra ben diversa è l’immobile non occupabile. Qual è la differenza? Il primo avrà tutte le utenze (luce, gas, acqua) e puoi decidere di riutilizzarlo in qualsiasi momento. Il secondo, invece, cioè quello non occupabile, è quello che non ha le utenze né le condizioni per abitarci (non ci sono acqua, luce e gas, non c’è l’arredamento).
Il contribuente è esonerato dal pagamento della Tari sono in quest’ultima ipotesi, cioè quando l’immobile non è occupabile perché hai tolto le utenze e ti sei portato via i mobili. Hai fatto un trasloco, insomma, e hai chiuso definitivamente i rubinetti delle forniture. Ma attenzione: bisogna comunicarlo al Comune, il quale non può occuparsi anche di verificare se ci sei o non ci sei. La comunicazione dovrà attestare l’interruzione delle utenze (almeno quella della luce) e la mancanza di arredi. Non raccontare bugie per cercare di non pagare la tassa rifiuti: il Comune ha il diritto di verificare se la tua comunicazione risponde alla verità oppure se stai cercando di fare il furbo.

Tari: cosa controllare per pagare il giusto

Quando arriva l’avviso di pagamento della Tari, per pagare il giusto bisogna controllare innanzitutto la superficie riportata. Quella, cioè, sulla base della quale è stato stabilito l’importo della tassa rifiuti da pagare. Il Comune deve attenersi alla superficie calpestabile o catastale.
Per quanto riguarda la superficie calpestabile, è possibile verificarla sulla base della planimetria della casa. Sulla superficie catastale, invece, bisogna ricordare che la regola dell’80% tassabile vale solo in mancanza dell’indicazione sulla superficie calpestabile. Ad ogni modo, è possibile recuperare quel dato attraverso il sito dell’Agenzia delle Entrate, nella sezione «consultazione rendite catastali», anche se per gli immobili di categoria A, cioè le abitazioni, si trova solo il numero dei vani della casa.
Resta di fatto che se salta all’occhio un errore madornale (ad esempio vedersi chiedere di pagare la Tari per un appartamento di 140 mq quando si sa che si vive in uno di circa 90 mq) non conviene pagare. Piuttosto, si va in Comune e si chiedono dei chiarimenti attraverso un ricalcolo del tributo in base alla reale superficie da tassare. Ciò allo scopo di pagare il giusto e basta.
Altri errori che si possono rilevare sull’avviso di pagamento della tassa rifiuti riguardano il numero degli occupanti dell’immobile e le quote (fissa e variabile) che determinano l’importo della Tari. L’occhio deve cadere in particolare sulla quota variabile, che deve riguardare soltanto la casa e non le pertinenze che non esistono ma che il Comune può ritenere tali.
Sulle seconde case, invece, c’è da verificare se la tariffa viene calcolata in base al numero presunto di occupanti dell’immobile e se si può fare riferimento ai membri del nucleo familiare del luogo di residenza.

Tari: cosa fare se ci sono degli errori

Se controllando l’avviso di pagamento della Tari hai riscontrato degli errori, non ti conviene andare a bussare subito in Tribunale. Piuttosto, conviene andare in Comune a chiedere dei chiarimenti presentando un’istanza in autotutela. Il ricorso deve essere presentato entro 60 giorni dalla notifica di accertamento che arriva dal Comune quando il contribuente non ha rispettato l’avviso di pagamento (anche se la procedura di accertamento può cambiare a seconda del Comune). L’istanza in autotutela non esclude la successiva presentazione del ricorso alla Commissione tributaria.
La richiesta di ricalcolo va effettuata quando l’errore rilevato riguarda, appunto, il calcolo dell’importo (ad esempio, la quota fissa o variabile sbagliata). Ma se quello riscontrato è un errore generato da un’interpretazione non giusta della legge (si tratterebbe di un errore di diritto), le soluzioni sono:
  • impugnare l’avviso di pagamento;
  • non pagare e attendere l’avviso di accertamento per impugnarlo entro e non oltre 60 giorni dalla notifica.

 
Cosa controllare sull’avviso di pagamento, quali possono essere gli errori e cosa fare se l’importo della tassa rifiuti è sbagliato.
Quel che è dovuto è dovuto. Ma quel che si può evitare, perché pagarlo? Oltretutto, visto che già di tasse ne versiamo fin troppe, non è il caso di regalare al Comune dei soldi per una Tari con l’importo sbagliato. Come pagare il giusto di tassa sui rifiuti? Sapendo quando spetta versarla, quando c’è l’esonero, come viene calcolata e che cosa fare nel caso in cui ci arrivi il conto errato.
I parametri fondamentali per sapere quanto si deve pagare di Tari sono due: la superficie ed il numero di persone che vivono in quella casa. Quindi conta quanto è grande l’immobile ma anche la composizione del nucleo familiare. Questo per rispettare un vecchio principio (voluto anche dall’Europa) secondo cui chi produce più rifiuti deve pagare di più. Forse chi ha avuto questa intuizione ha dimenticato di inserirci la parola «potenzialmente». Non è dimostrabile, infatti, che tre persone con un certo comportamento abbiano il secchio della spazzatura più pieno rispetto a chi vive da solo ed ha un altro tipo di atteggiamento. Il single che, ad esempio, è abituato a comprare del cibo confezionato produrrà più rifiuti di carta e di plastica rispetto alla famiglia che compra la carne dal macellaio, il pesce dal pescivendolo e la frutta e la verdura sciolte e si cucina tutto a casa riducendo l’immondizia al minimo possibile. Non è dimostrabile, dicevamo. Ma è ipotizzabile e, pertanto, appunto, possibile. Resta da capire come adempiere all’obbligo di pagare la Tari e come versare quello che è giusto, senza aggiungere «mance» al Comune. Vediamo la procedura ed i parametri giusti per il calcolo della tassa sui rifiuti.

Tari: l’obbligo di dichiarazione

La legge impone ai cittadini di presentare al Comune una dichiarazione di inizio occupazione dei locali. Significa, per quanto riguarda le abitazioni, che bisogna dire in Municipio che stai vivendo in quell’appartamento. Di norma, la comunicazione deve essere fatta entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si occupano di fatto i locali. Se, ad esempio, vado a vivere nella mia nuova casa a febbraio 2019, dovrà presentare in Comune la dichiarazione di inizio occupazione entro il 30 giugno 2020. Attenzione, però: alcuni enti locali hanno disposto delle date diverse, quindi è sempre meglio informarsi presso il proprio Municipio.
C’è anche da dire che non sempre questa comunicazione è obbligatoria. Succede spesso, infatti, che l’inizio occupazione dei locali venga fatta coincidere «in automatico» con il trasferimento da un Comune ad un altro e l’iscrizione all’ufficio anagrafe del Municipio in cui si va a risiedere. A quel punto, l’anagrafe chiede di rilasciare all’ufficio tributi del Comune i dati per pagare le tasse come la Tari.
Se ci sono dei cambiamenti che riguardano la composizione del nucleo familiare, non vanno dichiarate all’anagrafe, in quanto il Comune è in grado di ricavare il dato direttamente da questo ufficio. Ciò che bisognerà comunicare successivamente, sempre entro il 30 giugno dell’anno successivo o entro la data fissata dal singolo ente locale, saranno eventuali modifiche della superficie dell’immobile (mettiamo il caso di una ristrutturazione in cui «si allarga» la casa con qualche locale in più) e della destinazione d’uso. La mancata comunicazione comporta una sanzione dal 50% al 200% della tassa sui rifiuti non versata.
Ovviamente, il cittadino è tenuto a far sapere al Comune dell’eventuale abbandono dell’immobile: solo così potrà evitare di pagare la Tari per una casa in cui non abita più.

Tari: se non occupo una casa devo pagare?

Immagina di avere una seconda casa e di decidere di trasferirti per un periodo di tempo, magari per motivi di lavoro o perché hai un’attività di telelavoro e hai voglia di cambiare aria, tanto ti basta una connessione ad Internet e puoi svolgerla dove ti pare. L’abitazione che occupi normalmente resta, dunque, vuota per un tot di mesi. Devi pagare la Tari?
Intanto devi stare attento a non confonderti le idee. Una cosa è un immobile non occupato e un’altra ben diversa è l’immobile non occupabile. Qual è la differenza? Il primo avrà tutte le utenze (luce, gas, acqua) e puoi decidere di riutilizzarlo in qualsiasi momento. Il secondo, invece, cioè quello non occupabile, è quello che non ha le utenze né le condizioni per abitarci (non ci sono acqua, luce e gas, non c’è l’arredamento).
Il contribuente è esonerato dal pagamento della Tari sono in quest’ultima ipotesi, cioè quando l’immobile non è occupabile perché hai tolto le utenze e ti sei portato via i mobili. Hai fatto un trasloco, insomma, e hai chiuso definitivamente i rubinetti delle forniture. Ma attenzione: bisogna comunicarlo al Comune, il quale non può occuparsi anche di verificare se ci sei o non ci sei. La comunicazione dovrà attestare l’interruzione delle utenze (almeno quella della luce) e la mancanza di arredi. Non raccontare bugie per cercare di non pagare la tassa rifiuti: il Comune ha il diritto di verificare se la tua comunicazione risponde alla verità oppure se stai cercando di fare il furbo.

Tari: cosa controllare per pagare il giusto

Quando arriva l’avviso di pagamento della Tari, per pagare il giusto bisogna controllare innanzitutto la superficie riportata. Quella, cioè, sulla base della quale è stato stabilito l’importo della tassa rifiuti da pagare. Il Comune deve attenersi alla superficie calpestabile o catastale.
Per quanto riguarda la superficie calpestabile, è possibile verificarla sulla base della planimetria della casa. Sulla superficie catastale, invece, bisogna ricordare che la regola dell’80% tassabile vale solo in mancanza dell’indicazione sulla superficie calpestabile. Ad ogni modo, è possibile recuperare quel dato attraverso il sito dell’Agenzia delle Entrate, nella sezione «consultazione rendite catastali», anche se per gli immobili di categoria A, cioè le abitazioni, si trova solo il numero dei vani della casa.
Resta di fatto che se salta all’occhio un errore madornale (ad esempio vedersi chiedere di pagare la Tari per un appartamento di 140 mq quando si sa che si vive in uno di circa 90 mq) non conviene pagare. Piuttosto, si va in Comune e si chiedono dei chiarimenti attraverso un ricalcolo del tributo in base alla reale superficie da tassare. Ciò allo scopo di pagare il giusto e basta.
Altri errori che si possono rilevare sull’avviso di pagamento della tassa rifiuti riguardano il numero degli occupanti dell’immobile e le quote (fissa e variabile) che determinano l’importo della Tari. L’occhio deve cadere in particolare sulla quota variabile, che deve riguardare soltanto la casa e non le pertinenze che non esistono ma che il Comune può ritenere tali.
Sulle seconde case, invece, c’è da verificare se la tariffa viene calcolata in base al numero presunto di occupanti dell’immobile e se si può fare riferimento ai membri del nucleo familiare del luogo di residenza.

Tari: cosa fare se ci sono degli errori

Se controllando l’avviso di pagamento della Tari hai riscontrato degli errori, non ti conviene andare a bussare subito in Tribunale. Piuttosto, conviene andare in Comune a chiedere dei chiarimenti presentando un’istanza in autotutela. Il ricorso deve essere presentato entro 60 giorni dalla notifica di accertamento che arriva dal Comune quando il contribuente non ha rispettato l’avviso di pagamento (anche se la procedura di accertamento può cambiare a seconda del Comune). L’istanza in autotutela non esclude la successiva presentazione del ricorso alla Commissione tributaria.
La richiesta di ricalcolo va effettuata quando l’errore rilevato riguarda, appunto, il calcolo dell’importo (ad esempio, la quota fissa o variabile sbagliata). Ma se quello riscontrato è un errore generato da un’interpretazione non giusta della legge (si tratterebbe di un errore di diritto), le soluzioni sono:
  • impugnare l’avviso di pagamento;
  • non pagare e attendere l’avviso di accertamento per impugnarlo entro e non oltre 60 giorni dalla notifica.
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martedì 7 agosto 2018

https://www.studiocataldi.it/articoli/31431-svolta-bancomat-da-settembre-si-paghera-col-cellulare.asp




Svolta bancomat: da settembre si pagherà col cellulare

Il circuito bancomat si allarga ai telefonini. Da settembre, grazie a un'app e senza i codici, i possessori di carta Pagobancomat potranno pagare online e scambiare denaro in tempo reale utilizzando semplicemente il proprio numero di cellulare
bonifico istantaneo trasferisce soldi da cellulare
di Gabriella Lax – Svolta bancomat in arrivo: si pagherà usando il numero di cellulare. La novità è dietro l'angolo, poiché, dal prossimo mese di settembre, grazie a un'app e senza i codici, i possessori di carta Pagobancomat potranno pagare online e scambiare denaro in tempo reale utilizzando semplicemente il proprio numero di telefonino come un "pin".


Da settembre il bancomat si potrà pagare col cellulare

Il via libera al Bancomat Pay Mobile arriva dall'intesa con Sia, in base alla quale, grazie all'integrazione del servizio Jiffy, si darà la possibilità ai possessori di carte PagoBancomat di pagare, negli store e su e-commerce, inviare e ricevere denaro in tempo reale dallo smartphone ed in totale sicurezza.
La partnership permetterà di rendere disponibili nuovi servizi di pagamento ai titolari di carte PagoBancomat, sulla base delle soluzioni tecnologiche già realizzate da Sia. Nello specifico, si potranno trasferire somme di denaro tra privati, acquistare beni e servizi sia online sia presso i punti vendita degli esercenti convenzionati ed effettuare pagamenti a favore della Pubblica Amministrazione Centrale e Locale attraverso la piattaforma PagoPa.
Secondo i dati già dal prossimo autunno, il nuovo sistema potrà essere usato da 5 milioni di utenti registrati a Jiffy, in più di 2.000 esercizi commerciali, principalmente della Gdo, e su PagoPa per i pagamenti verso la nostra Pubblica Amministrazione.
fonte: studiocataldi.it

Lombardia, allarme ozono. Aggiornato il Pria

Lombardia, allarme ozono. Aggiornato il Pria


Fra le misure varate: riduzione delle biomasse legnose per il riscaldamento, incentivi per la sostituzione di mezzi agricoli e divieto di circolazione per i diesel Euro 3
Lunedì 6 Agosto 2018
In Lombardia scatta l'allarme ozono. Negli ultimi giorni le centraline Arpa hanno registrato, in gran parte dei comuni lombardi, livelli medi di concentrazione di ozono ben oltre la norma.
“Come ogni estate continuiamo a leggere bollettini di guerra dello smog – dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia -. Non è più rimandabile un’azione energica ed organica delle istituzioni, a partire da Regione Lombardia, per ridurre l’impatto del calore nei centri urbani. Vanno incentivate nelle città azioni coraggiose di adattamento al cambiamento climatico e di riduzione del traffico veicolare. A partire dal blocco di tutti i diesel,perché ormai è chiara la loro enorme responsabilità enorme come fonte primaria di inquinamento. La salute dei lombardi deve essere una priorità della politica”.
E di fatto la Regione Lombardia ha organizzato un Consiglio d'Emergenza, che si è concluso con il varo di alcuni decreti che aggiornano il Pria (Piano Regionale degli Interventi per la Qualità dell’Aria), con misure che entreranno in vigore nei prossimi mesi.
Tre le aree di intervento identificate: riscaldamento domestico, attività agricole e zootecniche e traffico veicolare.
Sul fronte del riscaldamento, la Regione ha stabilito alcune misure per ridurre il particolato derivante dalla combustione delle biomasse legnose in ambito civile, attingendo alle risorse del Conto termico. Per il settore agricolo ci sarà una spinta per l'ammodernamento di macchine e attrezzature, con incentivi derivanti dal programma di sviluppo rurale. Mentre per quanto riguarda l'inquinamento da traffico stradale, è stato stabilito il divieto di circolazione, dal prossimo 1 ottobre 2018, dei veicoli Euro 3 (con blocchi dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 19.30). Dal prossimo aprile i divieti di circolazione saranno estesi ai veicoli Euro 0 benzina e diesel e Euro 1 e 2 diesel, che non potranno più circolare, mentre dal 1 ottobre 2020 dovrebbe scattare lo stop invernale per i diesel Euro 4 e le auto a benzina Euro 1.
fonte :  https://www.casaeclima.com/ar_35875__Lombardia-allarme-ozono-aggiornato-il-Pria.html?mc_cid=1732646ee5&mc_eid=c407fb72cd